Di Angela Moltedo
La sera al cinema, situato dove c’era il bar Ageno, proiettavano
“Giubbe Rosse” e tra il pubblico, fortunatamente, c’era anche l’uomo
incaricato di dare l’allarme in caso di bombardamenti. Dico
fortunatamente perché la sala era gremita e le bombe non l’hanno
centrata. Molti di quegli spettatori, se fossero stati altrove,
sarebbero certamente morti.
Erano quasi le 21.00. Mia madre, dopo dieci anni di sofferenze, era
morta da poco tempo. Io avevo 22 anni e vivevo con mio padre, mia
sorella Antonietta, mio fratello Lorenzo che aveva 15 anni, la donna di
servizio, Lina Bisso. Avevamo chiuso il forno sotto casa, proprio dove
adesso c’è via XX Settembre,. Alle 20.00.
Quando sono scese le prime bombe, indossavo ancora la cappa che avevo
in negozio. Con mio padre stavo ascoltando Radio Londra. Dicono che
dieci minuti prima del bombardamento un aereo sorvolò Recco lanciando
volantini caduti a Megli. Non so se sia vero e cosa vi fosse scritto.
Una bomba colpì la nostra casa. Mio fratello balzò dalla finestra del
primo piano, io riuscii a scappare4. Anche mio padre, che si procurò
però una ferita alla gamba che più tardi, proprio per questo, dovette
essergli amputata. Ricordo che fuggii verso il Santuario del Suffragio.
Accanto a me c’era una donna incinta, la moglie di un finanziere,
correva anche lei verso San Rocco. Cadevano altre bombe ed io,
istintivamente, o forse perché mio padre ci aveva insegnato che
bisognava fare così, mi buttai a terra e rimasi illesa. Vidi la signora
incinta scaraventata in aria per uno scoppio e poi ricadere a terra
esamine. Il suo corpo era smembrato, non , non sembrava più neppure lei ,
ma una bambina. Sopraggiunse il marito, gli dissi che quel corpo a
terra era di sua moglie. Lui non voleva crederci; poi le sfilò la vera
dall’anulare e se ne convinse
Alla fine un aereo sorvolò Recco lasciando una scia tricolore, lo
ricordo benissimo. Nessuno seppe attribuire un motivo o un significato a
questo assaggio. Intanto erano arrivati uomini e mezzi della Croce
Rossa e dei vigili del fuoco. Io non trovavo mia sorella ed ero tornata a
cercarla tra le macerie. Devi dire grazie a quei vigili del fuoco
perché furono umanissimi. Mi portarono all’ospedale per vedere se fosse
tra i feriti o i morti. Dato che non c’era mi condussero all’ospedale di
Nervi dove erano stato trasferiti molti feriti. Ma mia sorella non
c’era.
Ovunque erano feriti, macerie e morti. In una casa vicina alla
nostra, le scale erano crollate dal primo al secondo piano. I pompieri
avevano salvato tutta la gente e, per ultima, avevano lasciato la mamma
di Gianni Carbone, il patron della Manuelina, che era incinta. La
imbracarono e la fecero scendere a terra con molta cautela. Dopo dieci
giorni partorì un maschietto, Franco.
Mio zio, don Federico Ansaldo, era parroco a Salto. Venne a cercarci e
ci portò nella sua canonica. Io misi una mantella nera da prete sulla
mia cappa, era tutto ciò che possedevo. L’indomani tornammo a Recco a
cercare mia sorella. Passarono inutilmente tre giorni. Poi mi venne
istintivamente fatto di dire al nostro cane, un bastardino che si
chiamava Rocchi: “Vai a cercare Antonietta”. Lui fece un giro attorno
alle macerie, poi si fermò in un angolo e si mise a urlare e piangere.
Sotto c’era mia sorella e la donna di servizio. Portarono i corpi al
cimitero e, suppongo, mio zio diede loro una benedizione.
In quei tre giorni avevano tirato fuori tanti morti,. Li adagiavano a
terra, uno accanto all’altro, divisi per nuclei familiari. In una
stessa famiglia morirono mamma, fratello e due sorelle; il padre divenne
scemo. Mentre i corpi erano a terra, mi dissero che alla stazione era
arrivato il quarto fratello, Armando, che aveva ottenuto una licenza,
Gli andai incontro a salutaRLO. Mi chiese come andava e io gli risposi:
“Mia l’è aneta ma”.
C’era una donna viva sotto le macerie, con unpo scoglio che le
schiacciava lo stomaco. Le dicevano di non respirare perché questo
poteva nuocerle. Ma appena è stata liberata da quel peso è spirata,
Questo primo bombardamento aveva distrutto anche la chiesa
parrocchiale e colpito quella del Suffragio. A portare in salvo la
statua della Patrona fu Giulio Lignerone, un comunista che più convinto
di lui non c’era nessun altro, Tuttavia, dopo avere tranquillizzato
moglie e figlia, , prese due lenzuola, vi avvolse la stratua della
Madonna ., quella che è sopra l’altare, e la portò in salvo nel rifugio
della famiglia Badaracco.
Si sono salvati invece tutti quelli che si erano rifugiati sotto ilo
ponte. Mio padre lo diceva sempre: “Quello è il posto più sicuro”. Ed
aveva ragione. Intanto tutti avevano abbandonato il paese. Ci si erano
fermati in tre: Pallavicini che lavorava alle Officine elettriche
genovesi; tal Caglionia ed il suo lavorante “U Maggetta”. Ridevano del
fatto che la gente era sfollata; ma morirono tutti e tre sotto le bombe
del secondo bombardamento.. Se la prima incursione aveva fatto più
vittime, la seconda procurò più danni al paese.
Noi si abitava a Salto. A Recco veniva mio fratello per vedere di
recuperare qualche cosa sotto le macerie. Avevamo perso tutto. Poco
prima dei bombardamenti, infatti, un impiegato del Banco di Chiavari
aveva consigliato a mio padre di ritirare ogni cosa perché si correva il
rischio di una confisca. Così avevamo tutti i risparmi e un po’ d’oro
in casa. Non riuscimmo a recuperare più nulla; ci dissero che altri ci
avevano preceduto, ma non avevamo prove. Mio fratello, comunque,
continuò a scendere a Recco fino al 26 novembre quando si trovò sotto ad
un secondo bombardamento. Fu tanta la paura, che una ciocca di capelli
gli divenne bianca. Io dissi a mio padre: “Piuttosto non mangiamo, ma
Lorenzo a Recco non ci torna più”.
I bombardamenti si susseguirono. Ma le pile del ponte restarono
saldamente in piedi. Ogni volta che i binari subivano un danneggiamento,
i tedeschi impiegavano un’ora a ripristinare la linea. Avevano,
infatti, rotaie di ricambio nascoste nella galleria che collega Recco al
Migliaro ed erano velocissimi a riparare il danno. Si diceva che a
Megli vi era un tizio, un certo Bianchi che nessuno conosceva perché era
“foresto”, che teneva i collegamenti via radio con gli inglesi e desse
utili informazioni sull’esito delle incursioni aeree, ma nessuno ha mai
saputo nulla di preciso in proposito.
Ricordo anche la fine della guerra. I tedeschi in fuga verso Uscio
avevano fatto saltare il ponte di Salto, convinti di bloccare gli
americani che li seguivano. Ma gli americani avevano costruito in
quattro e quattr’otto un nuovo ponte, utilizzando un carrarmato
rovesciato. . Proprio davanti alla rampa che porta alla chiesa di Salto,
i tedeschi avevano rovesciato un carico di bombe a mano ed armi che poi
gli artificieri eliminarono. E, per essere più veloci, avevano
abbandonato avevano abbandonato alcuni mezzi carichi di provviste. Che
sappia io marmellata, cioccolato, molti generi alimentari di cui tutti
gli abitanti del luogo fecero man bassa.,. Ma non si trattava di somme
di denaro o opere d’arte.. Nessuno si arricchì. Chi fece i soldi – si
dice – furono quelli che riuscirono ad assicurarsi i rotoli di amlire
che gli americani lanciavano ai partigiani e che spesso finivano invece
in mani di individui arricchitisi improvvisamente durante la guerra. Ma i
lanci si soldi avvenivano sul monte Cornua o a Calcinara; non ad Avegno
e Recco.
I tedeschi, nel mio ricordo moltissimi, inseguiti dagli americani,
furono bloccati a Uscio dai partigiani. Un loro ufficiale, un giovane
poco più che ventenne sui uccise., Disse che lui si era votato a Hitler.
Piuttosto che arrendersi si lanciò da un muro alto quindici metri, dove
ora c’è il posteggio e la discoteca. Per essere sicuro di morire,
disinnescò una bomba a mano che gli esplose tra le mani dilaniandolo.
Finita la guerra io tornai subito a Recco. Chiesi la famiglia Ferro,
quella dell’ex sindaco, Tonitto che aveva una proprietà nel palazzo
rimasto indenne, situato tra via Roma e via XX Settembre: “Me fe sta in
ti vostri fundi”. Ed aprii il forno in via XX Settembre. Il primo lo
aveva aperto la Mercede Capotto in Della casa in quel fondo dove c’era
Mingo il calzolaio.
Io avevo 23 anni e badavo al negozio, a mio fratello e in più a mio
padre che erra stato ricovertato all’ospedale di Camogli. Spesso era
sottoposto ad analisi e per uesto dovevo trasferirmi al San Martino. O
si andava a piedi fino a Nervi e poi si prendeva il bus, oppure, come
facevo io, si andava a piedi a Camogli percorrendo le galleria
ferroviarie fino a Priaro e poi si scendeva al porto per prendere il
barcone fino a Genova. Era il mezzo più rapido. Un chirurgo, il
professor Loero, decise di amputare la gamba a mio padre e, dato che
oltre l’anestesista non aveva nessun aiuto, mi disse di farmi coraggio e
di assisterlo io durante l’operazione. Per me fu anche questo un dolore
indicibile. Mio padre morì il 5 settembre del 1945 e pochi giorni dopo
tornò a Recco dalla prigionia il mio futuro marito, Vittorio Capurro.
Fummo noi stessi a spianare dalle macerie il terreno su cui sorgeva la
nostra vecchia casa per poterla ricostruire, grazie ad un camion che ci
prestavano Arturo Massone e i suoi figli.
Intanto il paese tornava piano poano alla vita. La ditta Lodigiani
iniziò la demolizione del vecchioo ponte e la costruzione di uno
provvisorio in legno a fianco del quale sarebbe sarebbe poi sorto quello
attuale.. Noi, ognio giorno, sfornavamo 140 focacce, soprattutto per
soddisfare la richiesta degli operai.. La focaccia che prima della
guerra costava tre scudi e poi venti centesimi, erra salita a cinquanta
centesimi. Il clima politico in paese era calmo. C’era stato il delitto
del notaio Marana, un fasciatone che aveva aspirato ad essere sindaco.
Si diceva fosse stato ucciso nella sua strana casa di Megli per rapina;
altri sostenevano la tesi che lì’omicidio fosse stato compiuto dai
fascisti ed altri ancora da comunisti, ma nessuno seppe mai la verità. A
parole molti avrebbero voluto uccidere alcuni fascisti che tornarono
però tutti a Recco indisturbati: l’ex commissario Giovanni Olcese, Pino
Gibelli, l’ex podestà Clerici. La prima casa venne costruita in via
Assereto, dove c’è il forno Tossini, da Danini che aveva fatto i soldi
grazie al trasferimento da un punto all’altro delle macerie.
Fonte:
http://www.levantenews.it/index.php/2012/11/02/recco-la-drammatica-testimonianza-sui-bombardamenti/